29/04/2009

SERVIZIO DI CIVILTÀ

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A volte il progresso può essere positivo, come nel caso del Servizio Civile nazionale, figlio dell'obiezione di coscienza. Un' opportunità che ha cambiato la vita a migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze che, nel loro piccolo, portando avanti i propri ideali e i propri sogni, hanno offerto alla propria comunità un vero e proprio servizio di civiltà.

27/04/2009

QUELLA VOCAZIONE NATA IN SERVIZIO

foto_anziani_intervista.jpgNel 2004 quando si apprestava ad iniziare il servizio civile con la Caritas della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, all’interno della casa di riposo di Gargonza, Elisa non avrebbe mai creduto che la sua vita sarebbe cambiata così radicalmente. Quella studentessa di scienze della formazione che, come dice lei «non frequentava la Chiesa», non avrebbe mai immaginato potesse avvenire quanto è accaduto lo scorso 20 settembre, quando ha emesso i suoi primi voti religiosi nella fraternità francescana di Betania nelle mani del fondatore padre Pancrazio Gaudioso presso la casa madre di Terlizzi, vicino Bari. «Ero una ragazza che trascorreva il proprio tempo tra scuola, lavoro, famiglia ed amici», racconta Elisa, 26 anni, originaria di Monte San Savino, ma "adottata" dalla città di Arezzo. «Ero sempre in movimento, non mi fermavo mai a riflettere. La mia era una vita molto impegnata. Avevo tutto, ma in fondo al cuore sentivo un vuoto». Nel 2004, a 22 anni una scelta che, parafrasando l’ormai celebre slogan del servizio civile, le ha cambiato la vita.

«Al secondo anno di scienze dell’educazione e della formazione, presso l’università di Arezzo, decisi di intraprendere una nuova avventura: il servizio civile volontario, ma non sapevo dove. Tra le varie proposte che avevo davanti scelsi quella della Caritas. Mi sentivo attratta, ma non capivo il motivo». Nella sede dove inizia a svolgere l’attività da civilista, gestita dalle suore della carità di santa Giovanna Antida Thouret, Elisa si sente da subito a casa. «Ricordo ancora i racconti di quei cari nonni che accudivo: le loro storie, i loro sacrifici mi trasmettevano la loro fede; mi parlavano di Dio, ed io ero affascinata. Come non dimenticare poi anche i tanti bei momenti formativi con gli altri volontari presso la Caritas di Arezzo: confronti, momenti conoscitivi, il mettersi in gioco, la preghiera, qualche ritiro insieme.

Tante le uscite che non scorderò più: a Barbiana, con il nostro vescovo Gualtiero Bassetti, per approfondire la figura di don Milani; alla Pax Christi di don Tonino Bello per i tre ritiri spirituali». In quei mesi Elisa cresce, cambia profondamente, rimane segnata in modo indelebile. Matura dentro di lei qualcosa d’immenso che diviene evidente quando si trova, assieme agli altri civilisti, a La Verna. «Quel giorno ricevetti il dono della chiamata alla vita consacrata. Iniziò per me un vero e misterioso cambiamento interiore. Non sapevo dove il Signore mi avrebbe portata. Chiusi gli occhi e mi buttai. Oggi sono felice di essermi lanciata perché la storia con Gesù è quella che, senza saperlo, avevo sempre cercato e voluto».

26/04/2009

SCARICABARILE A LAMPEDUSA

Cinque giorni in balia del mare in attesa che i governi di Italia e Malta decidano a chi spetti quel carico di vite, mentre intanto una giovane donna incinta muore. E' l'ennesima storia di disperazione andata in scena nel mar Mediterraneo e raccontata dal programma Rai Annozero.

25/04/2009

PIETRASANTA: CORSO DI META' SERVIZIO

I ragazzi del servizio civile Caritas di Arezzo-Cortona-Sansepolcro sono giunti a metà del loro cammino. Nel video le foto del ritiro a Pietrasanta del 21 e 22 Aprile che chiude la prima parte di quest'anno di servizio civile.

23/04/2009

FACCE DA CIVILISTI - NELLA RETE

Torna la rubrica FACCE DA CIVILISTI, per cogliere in primo piano i ragazzi del servizio civile Caritas di Arezzo-Cortona-Sansepolcro.

Uno strano pesce è finito nella rete di alcuni pescatori nel mar Tirreno. La creatura era stata avvistata lungo la riva di Marina di Pietrasanta, in Versilia.

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20/04/2009

IMMIGRAZIONE: QUESTIONE DI SICUREZZA?

 

Dopo l'omicidio dell' Orciolaia l'opinione pubblica e la stampa aretine hanno parlato di immigrazione legandola quasi esclusivamente ad una questione di sicurezza. Ma così non si rischia di affrontare il tema in maniera superficiale? Lo abbiamo chiesto a don Angelo Chiasserini, direttore di Migrantes per la Toscana. Il servizio dal tg di Telesandomenico. 

15/04/2009

SERVIZIO CIVILE OBBLIGATORIO?

Su "Italians", la rubrica di Beppe Severgnini su "Il Corriere della sera" e il suo Magazine di giovedì 9 aprile, un lettore torna a proporre il servizio civil obbligatorio. «Perché non si istituisce una sorta di servizio di volontariato obbligatorio - scrive Mauro Cereda - , per un periodo limitato (tre mesi), per ragazzi e ragazze, da svolgersi presso associazioni, gruppi, enti, istituzioni (religiose e laiche) che operano in campo sociale, sanitario o culturale? Sarebbe una formidabile iniezione di senso civico e solidarietà (quanto ne avremmo bisogno)». Risponde Severgnini: «Penso sia una buona idea. Un servizio civile di tre/quattro mesi sarebbe un modo trasparente di contribuire in un momento difficile; e un'utile esperienza. Ma non si farà. Mancano l'entusiasmo e la concordia civile». A stretto giro di posta, interviene nel dibattito anche Michelangelo Chiurchiù del Cesc-Project, che rilancia la loro proposta di qualche temo fa di un servizio civile a scuola, «un servizio civile direttamente connesso con l'educazione civica nelle scuole».

da www.esseciblog.it

13/04/2009

CACCIA AGLI ZINGARI

L'emergenza rom è vera o meno? A questa domanda cerca di rispondere la puntata dal titolo "Caccia agli zingari" del programma di approfondimento/inchiesta di Riccardo Iacona, in onda su Rai 3, "Presa diretta". Vi consiglio di guardarvi con calma i video che ho linkato di seguito e che riportano la puntata completa. E' uno straordinario documento dedicato all'universo del popolo Rom osservato e commentato da diverse prospettive.

10/04/2009

LA CARITAS TRA I "DIMENTICATI" D'ABRUZZO*

di Paolo Lambruschi

4.jpg«Paese di uomini liberi», c’è scritto sul cartello di Col­lebrincioni, frazione del­l’Aquila a 1200 metri di altezza, mil­le anime insieme al borgo di Argna­no. Periferia dell’emergenza. La città con le sue tragedie e le sue distruzio­ni è al centro dell’attenzione. Ma an­che nei borghi sparsi tra Gran Sasso e Maiella si dorme fuori casa per ne- cessità e paura. E dalla contabilità dei 18mila sfollati nelle tendopoli, que­sti restano esclusi. Al momento è so­prattutto la Caritas italiana ad esser­sene fatta carico, collaborando con l’organizzazione di Bertolaso o solle­citandone l’intervento nei casi più urgenti grazie alla propria rete capil­lare nelle parrocchie. In alcuni casi, come a Villagrande di Torrimparte, sono arrivate solo ieri le tende.
Nei borghi di cui nessuno parla la grande scossa non ha causato vitti­me.
Ma diverse abitazioni sono state le­sionate, nelle abitazioni più antiche nessuno vuole metterci più piede, per quelle nuove bisogna che cessi lo sciame sismico. E allora tutti a dor­mire in auto sotto le stelle per il ter­rore della terra che trema. E gli «uo­mini liberi» , non vedendo salire nes­suno, si sono organizzati montando diverse tendopoli. La Protezione ci­vile ha portato le tende mercoledì, 10 gabinetti chimici sono stati portati fi­nora solo al campo sportivo di Ar­gnano, dove il campo allesti­to conta otto tende del Mini­stero dell’Interno, un grande tendone e alcuni camper pri­vati. Davanti siede una cop­pia sconsolata con quattro bambini. A Collebrincioni ci sono 8 persone nelle tende fornite dalla Protezione civi­le. In un altro gruppo di case isolate l’ex alpino Terzino Ciuffetelli ha organizzato un campo con 10 famiglie.
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Donne anziani e bambini dormono in auto scaldando­si col motore acceso.
L’abitazione più danneggiata è la canonica del parroco Manfredi Gelsomino, scala­briniano e docente di teologia morale, 43 anni, pugliese di Manfredonia.
Sul pezzo ancor prima che scoppiasse l’emergenza.
«Per fortuna ho avvertito la prima scossa lunedi dopo la mezzanotte e, come per pre­sentimento, sono uscito a dormire in auto. Ho visto i
crolli e la gente precipitarsi in strada terrorizzata». Da allora padre Man­fredi non ha più cambiato letto, vive nella vecchia Punto.
Quando c’è una brandina, il prete senza tetto la cede a un anziano.
 Sedute su un’auto con gli sportelli a­perti ci sono tre donne che dimo­strano almeno 80 anni. Sono prova­te, lo sguardo perso. La Protezione ci­vile chiede di concentrare gli sfollati possibilmente in città. Così è one­stamente più semplice gestire l’e­mergenza. La Caritas condivide, ma
sul campo la realtà è diversa e queste persone vanno comunque aiutate.10.jpg
«Le vede? – domanda il religioso – non sono mai uscite dal paese, come può pensare che si muovano alla lo­ro età? Forse in città ha senso, ma senza fare polemica, quella che vede è la situazione dei borghi. Senza con­tare che se le case non sono state di­strutte la gente non la muovi. Non abbiamo avuto morti e capisco che la Protezione civile abbia dato prece­denza al capoluogo. Ma noi siamo sfollati come gli altri. Grazie alla Ca­ritas
ci sono viveri e indumenti in ab­bondanza, aspettiamo i bagni e un generatore ad Argnano» . Gli «uomi­ni liberi» non si sposteranno.
Continua intanto la grande solida­rietà.

Al centro di coordinamento del­la Caritas italiana alla parrocchia di San 17.jpgFrancesco ieri sono pervenuti ca­mion di aiuti spontanei dalle dioce­si di tutta Italia subito distribuiti da suore e volontari. Il parroco don Dan­te Di Nardo chiede scatolame. I par­roci hanno segnalato le emergenze periferiche non ancora affrontate. Il bollettino dice che a Goriano 100 persone sono fuori casa e hanno bisogno di tutto. An­che le chiese sono inagibili come a Santo Stefano di Ses­sanio, che ha 40 senza casa. A Popoli servono tende per 60 persone, a Bussi i senza tetto sono una cinquantina.
La popolazione di Anversa dorme in tendopoli nono­stante le case siano agibili. A Campotosto, sul Gran Sasso, sull’omonimo lago, l’emer­genza è scoppiata l’altra not­te. Il borgo è stato l’epicentro di una forte scossa. Su 150 persone, radunate nella piaz­za, alcuni sono fuggiti a Ro­ma. La chiesa è lesionata. Nei paesi sottostanti lo specchio d’acqua, si teme che ceda la diga di Sella Pedicate, vicino alla statale 80, anche se la Pro­tezione civile rassicura. La Ca­ritas ha fornito attraverso il parroco don Juve viveri per la notte per chi, nonostante tut­to, resiste e dorme in auto.

* da AVVENIRE

06/04/2009

IN FUGA DALL'AFRICA, DIMENTICATI IN VALTIBERINA*

di Lorenzo Canali

SS101388.JPGDue anni per attraversare il deserto, sei mesi per «guadagnarsi» il viaggio della speranza. Poi l’Italia, Lampedusa e infine i monti della Valtiberina, la nebbia e la neve, mai viste prima, a condire un’attesa infinita in bilico tra speranza e disperazione. Stiamo parlando della storia dei quindici ghanesi, tutti uomini tra i venti e i trenta anni, di cui avevamo già parlato in passato, che dal settembre scorso sono ospiti di una struttura ricettiva nei monti della Valtiberina.
Sono passati sei mesi dal loro arrivo nella nostra terra e ancora nulla si è mosso. Sei mesi passati dentro un edificio di pochi metri quadrati. Sei mesi vissuti in una surreale posizione di «fuori legge», non perché abbiano infranto qualche norma, ma perché al momento la legge italiana non prevede che possano esistere persone nella loro situazione. Non possono essere classificati come «rifugiati», la condizione giuridica che indica persone fuggite dal proprio Paese per via di discriminazioni politiche, religiose o razziali. Non è questo, infatti, il loro caso. Non possono spostarsi dalla struttura che dal settembre li accoglie. Hanno passato lì Natale e Capodanno. E sui monti della Valtiberina passeranno anche la Pasqua.
Nel caso in cui non gli venisse accordato il permesso di rimanere sul suolo italiano dovrebbero tornarsene a casa a spese proprie. Il come poi è tutto da vedere dato che non hanno né denaro, né la possibilità di trovare un lavoro. Una storia incredibile quella dei quindici ghanesi, partiti più di due anni fa dallo stato dell’Africa centro-occidentale. Hanno attraversato il deserto, raggiungendo le coste libiche dove hanno lavorato sei mesi gratuitamente per ricevere in cambio una speranza: il viaggio per l’Italia. Sono stati imbarcati su due «carrette» del mare, una delle quali è affondata trascinando verso la morte il suo carico di vite. Per gli altri invece, una volta arrivati in Italia, è iniziata l’odissea, in attesa di poter regolarizzare la propria situazione. Una parte del gruppo è arrivato in Valtiberina. Sono tutti provenienti dal Ghana, ma non si conoscevano. Connazionali con un comune destino: arrivare in Valtiberina e rimanere in «stand by» per più di sei mesi, a stretto contatto l’uno con l’altro.
Un po’ come carcerati, hanno passato sino ad oggi le proprie giornate scandendo le ore tra un pasto, un programma televisivo via satellite e tanta attesa. Attesa per tornare ad essere delle normali persone libere e non soltanto dei «fuori legge».

* da Toscana Oggi - La Voce  del 05-04-2009

 

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